| Articolo pubblicato su Hardgainer numero
9. ©2001 by Applied Metabolics, all right reserved |
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L'insulina
favorisce l'aumento di grasso corporeo?
di Jerry Brainum |
Alcune
diete popolari, come la "dieta della Zona", promossa da Barry Sears, Ph.D.,
e la "dieta del potere proteico" discussa nel libro dallo stesso
titolo di Michael Eades, M.D., si basano su un rigido controllo dell'apporto di
carboidrati. Ambedue le diete poggiano sul fatto che i carboidrati favoriscono
il rilascio più elevato di insulina, sebbene sia i lipidi che le proteine siano
in grado di fare altrettanto, anche se in misura minore rispetto ai carboidrati.
L'insulina è anche un potente ormone
anabolico, capace di aiutare l'ingresso degli aminoacidi all'interno delle
cellule oltre che di limitare un'eccessiva disgregazione delle proteine nei
muscoli (catabolismo proteico muscolare). D'altra parte, l'insulina è
principalmente un ormone di immagazzinamento, nel senso che aiuta la sintesi sia
delle riserve lipidiche che dei carboidrati (come il glicogeno nel fegato e nei
muscoli). In effetti, l'insulina inibisce praticamente tutti gli enzimi a noi
noti responsabili perla mobilizzazione dei grassi nell'organismo. Questo
spiegherebbe la logica alla base delle diete a limitato apporto di carboidrati:
minore, è l'apporto di carboidrati, minore è l'insulina secreta e maggiore è
il grasso corporeo mobilizzato.
I critici di queste diete hanno più volte
sottolineato che la perdita di peso iniziale, a seguito di un minore apporto di
carboidrati, è dovuta soprattutto alla disgregazione dei carboidrati conservati
sotto forma di glicogeno. Dal momento che ogni grammo di glicogeno è
immagazzinato con 2,7 g di acqua, man mano che il glicogeno presente
nell'organismo diminuisce altrettanto fa l'acqua immagazzinata con esso,
determinando una certa perdita di peso.
Chi propone diete a più basso contenuto
di carboidrati non discute sul fatto della perdita d'acqua in queste diete, ma
sostiene invece che sono altri elementi a renderle più efficaci rispetto a
quelle tradizionali, a basso tenore lipidico e alto apporto di carboidrati
complessi. Una volta ancora, questo ci porta all'insulina. Dal momento che tra
le funzioni dell'insulina c'è quella di rimuovere l'eccesso di glucosio ematico
in circolazione, una quantità troppo alta di insulina secreta avrebbe un
effetto eccessivo, superiore al necessario, abbassando troppo rapidamente il
glucosio ematico. Quando questo si verifica, i meccanismi dell'appetito,
presenti nel cervello, lo sentono, dando inizio al processo che porta alla
sensazione di fame.
Questo determina un maggiore apporto
calorico.
Mentre non c'è nessuno che neghi il fatto
che un apporto calorico superiore alle calorie bruciate durante l'attività
porta all'immagazzinamento delle calorie in eccesso sotto forma di grasso, il
punto controverso della questione riguarda l'estensione del ruolo svolto
dall'insulina a tale proposito. Alcuni ricercatori sostengono che la quantità
di insulina eliminata a seguito di un pasto non ha nessuna importanza, non
metterete su grasso se il vostro apporto calorico non supera il dispendio
energetico. Altri, come Barry Sears, sottolineano l'esistenza di studi che ci
mostrano come, a parità di apporto calorico, in alimentazioni che differivano
solo nella percentuale dei carboidrati consumati, i soggetti per cui era
previsto un apporto di carboidrati più elevato mostravano un maggiore accumulo
di grasso corporeo.
I carboidrati sono divisi in due tipi
base: ad alto e a basso indice glicemico. Alcune persone aggiungono a queste una
terza categoria: un indice glicemico medio. L'indice glicemico rappresenta la
misura di quanto rapidamente i carboidrati provenienti dall'alimentazione
aumentano i livelli di glucosio ematico. Lo stesso glucosio ha il numero 100;
quanto più vicino è un qualsiasi alimento a base di carboidrati a questo
valore, tanto maggiore è la rapidità con cui viene assorbito. Nel caso dei
carboidrati a basso indice glicemico vale esattamente il contrario.
L'indice glicemico è stato
originariamente formulato per aiutare i soggetti diabetici a regolare Il proprio
apporto di insulina. Un fatto spesso trascurato dell'indice glicemico è che
riguarda unicamente alimenti consumati da soli. Di conseguenza, se mangiate una
patata arrosto, con un indice glicemico pari a 80, avrete una rapida assunzione
dei carboidrati contenuti nella patata. Dal momento che i carboidrati vengono
disgregati molto velocemente, questo dovrebbe promuovere un maggiore rilascio di
insulina, a seguito dell'innalzamento improvviso dei livelli di glucosio
ematico. In ogni caso, nel caso ingeriate la stessa patata arrosto con una fonte
alimentare proteica o lipidica, l'assunzione dei carboidrati presenti nella
patata ne risulterebbe ritardata, rendendone completamente irrilevante l'indice
glicemico.
Se la teoria dell'insulina riguardo ad una
maggiore sintesi di grasso corporeo dovesse risultare esatta, allora la semplice
ingestione di una patata arrosto dovrebbe fare ingrassare. Una patata arrosto
contiene tuttavia solo 100 calorie, certamente non sufficienti a determinare una
differenza significativa, se considerate che 454 g ca. di grassi contengono
3.500 calorie. Cosa ' succederebbe se foste iperinsulinemici o se doveste
produrre una quantità eccessiva di insulina? Potrebbe questo far si che la
patata facesse ingrassare solo un po' di più?
Un eccesso di produzione di insulina viene
il più delle volte associato all'obesità. Mari mano che le persone ingrassano,
tendono anche a diventare meno sensibili all'insulina, facendo sì che
l'organismo secerni più insulina come reazione ad alimenti normalmente in grado
di provocare il rilascio di questo ormone come i carboidrati. Sears osserva come
il 25% della popolazione non dimostra insensibilità all'insulina e, quindi, non
è influenzato negativamente da qualsiasi apporto di carboidrati (con la
clausola che qualsiasi caloria consumata in eccesso, determinerà un aumento di
grasso corporeo). Di conseguenza, il meccanismo proposto, alla base del legame
insulina-grasso corporeo è che viene prodotta troppa insulina come reazione ad
apporti anche normali di carboidrati.
Se dovessimo accettare l'idea che un certo
livello di grasso corporeo determina il più delle volte insensibilità
all'insulina, cosa succederebbe se non foste grassi ma, ciononostante, doveste
produrre più insulina di quanto normalmente richiesto, a seguito di un pasto?
Potrebbe questo promuovere l'aumento di grasso corporeo a causa dell'insulina in
eccesso?
Il caso di individui magri, ma pur
tuttavia con un elevato rilascio d'insulina, che aumentavano di peso a causa
dello stimolo determinato da questo ormone, è stato recentemente preso ad esame
da uno studio longitudinale. La ricerca ha avuto inizio nel 1981, quando i
ricercatori hanno misurato le risposte di glucosio e d'insulina in 732 operai.
Gli operai furono poi suddivisi in quattro gruppi, a seconda delle reazioni
dell'insulina presente nel plasma ad una stimolazione di glucosio; per es., i
test di zucchero ematico (glucosio). Le risposte degli operai arrivarono anche a
differire di ben sei volte, nel senso che alcuni di loro mostrarono un rilascio
di insulina sei volte maggiore,dopo l'ingestione di glucosio. Di conseguenza,
anche se non erano obesi, vennero considerati dei soggetti iperinsulinemici.
Quando 647 degli stessi operai vennero
nuovamente esaminati nel 1995, le prove e le misurazioni effettuate sull'aumento
di peso non mostrarono alcuna relazione con i livelli di insulina secreta dagli
uomini. Gli autori della ricerca conclusero che mentre i livelli insulinici
possono avere un ruolo negli individui già obesi, questo ormone non influenza
l'aumento di peso, più o meno accentuato, di soggetti con peso normale.
Quello studio, tuttavia, non prese ad
esame né l'alimentazione seguita né i livelli di attività dei soggetti. Per
esempio, se non consumavano più calorie rispetto ai loro livelli, di attività,
noti c'è ragione,di aspettarsi che una maggiore risposta insulinica potesse
determinare un aumento dei livelli di, grasso corporeo. L'insulina, dopo tutto, svolge
un ruolo nell'immagazzinamento delle calorie in eccesso. Se i livelli di
attività dei soggetti fossero sufficienti a bruciare, attraverso il lavoro o
l'esercizio fisico, qualsiasi caloria eccessiva, allora non potrebbero diventare
grassi.
In effetti, un dato costante delle ricerche che
studiano le diete popolari
a basso apporto di carboidrati è che questi programmi nutrizionali portano
solitamente ad un minore consumo di calorie. La combinazione tra il minore
apporto calorico e il controllo dell'insulina fa si che queste diete siano
efficaci. Questo non spiega, tuttavia, la ragione per cui le diete che
differivano solo nella percentuale di carboidrati ingeriti determinassero una
maggiore produzione di grassi nel caso in cui i carboidrati venissero limitati.
Questo fatto potrebbe essere messo in
relazione alla ben nota capacità dell'insulina di inibire il rilascio di lipidi
nell'organismo. Avrebbe senso solo nel caso in cui consumaste due diete di pari
tenore calorico, con una delle due che controlli l'insulina attraverso una
manipolazione dell'apporto di carboidrati. In questo caso, con l'eliminazione
del 'Treno" insulinico, tendereste a intaccare più efficacemente le
riserve di grasso.
La mia esperienza personale e quella di
molti altri mostrano chiaramente che, qualora aveste quello che gli scienziati
definiscono con il termine "obesità ipertrofica-iperplastica", ovvero
il possesso di cellule adipose (adipociti) extra e dilatate, incontrereste
grosse difficoltà nel perdere il grasso corporeo seguendo un programma
alimentare di tipo tradizionale, ipolipidico e ad alto apporto di carboidrati
complessi. Mentre queste diete vi permetterebbero di perdere grassi solo nel
caso che il numero di calorie venga sufficientemente limitato, non vi sentireste
a vostro agio e, a causa dei morsi della fame, tendereste inoltre a darvi ai
bagordi.
Bibliograria
Zavaroni, I., et al. (1998). Can weight gain in healthy, nonobese volunteers
be predicted by differences in baseline plasma insulin concentration? journal of
Clinical Endodocrine Metabolism. 83:3498-3500.
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